Cotesto Venanzo Bevilacqua, membro dell’Accademia dei Filergiti di Forlì con il nome de l’Inetto (gli accademici, in quei tempi, adoravano usare un nome d’arte all’interno delle loro cerchie), lascio agli interessati di scoprire se sia lo stesso Padre Venanzo Bevilacqua della Congregazione dell’Oratorio di Fermo, famoso nel suo ambiente per aver scritto nel 1684 l’unica biografia di Lavinia Sernardi di Grottammare, Serva di Dio (Servo di Dio, leggo su Wikipedia, è un titolo che la Chiesa assegna dopo la morte a persone distintesi per virtù etc. e per le quali è stato avviato il processo canonico di beatificazione).Quello che ci interessa è che scrisse e pubblicò nel 1680 quest’opera scenica intitolata “Le cifre”, da rappresentarsi nella città di San Ginesio (Macerata) nel carnevale dello stesso anno, suppongo in quell’anfiteatro ligneo coperto che, in piazza fin dal 1547, fu l’antenato dell’attuale Teatro Leopardi e a cui spetta il  primato di essere il primo teatro stabile marchigiano.Non ho il coraggio né il tempo di leggerla, ma a naso dev’essere una di quelle cose noiosissime per nobili in vena d’arte che s’annoiavano a vicenda senza avere il coraggio di dirselo.Poi magari mi sbaglio, ma lascio a voi decidere.
[cnat - orastrana.it]

Cotesto Venanzo Bevilacqua, membro dell’Accademia dei Filergiti di Forlì con il nome de l’Inetto (gli accademici, in quei tempi, adoravano usare un nome d’arte all’interno delle loro cerchie), lascio agli interessati di scoprire se sia lo stesso Padre Venanzo Bevilacqua della Congregazione dell’Oratorio di Fermo, famoso nel suo ambiente per aver scritto nel 1684 l’unica biografia di Lavinia Sernardi di Grottammare, Serva di Dio (Servo di Dio, leggo su Wikipedia, è un titolo che la Chiesa assegna dopo la morte a persone distintesi per virtù etc. e per le quali è stato avviato il processo canonico di beatificazione).
Quello che ci interessa è che scrisse e pubblicò nel 1680 quest’opera scenica intitolata Le cifre, da rappresentarsi nella città di San Ginesio (Macerata) nel carnevale dello stesso anno, suppongo in quell’anfiteatro ligneo coperto che, in piazza fin dal 1547, fu l’antenato dell’attuale Teatro Leopardi e a cui spetta il  primato di essere il primo teatro stabile marchigiano.
Non ho il coraggio né il tempo di leggerla, ma a naso dev’essere una di quelle cose noiosissime per nobili in vena d’arte che s’annoiavano a vicenda senza avere il coraggio di dirselo.
Poi magari mi sbaglio, ma lascio a voi decidere.

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E adesso ridiamo su qualcosa di leggero.

kon-igi:

Io sono contro l’aborto.

No, sul serio, è un argomento così pesante per me da affrontare che ho la nausea tutte le volte che ne devo parlare.
Badate bene, non ho detto che sono pro life o che debba essere ritoccata la legge 194, ho detto semplicemente che sono contro l’aborto.

Nessuna donna dovrebbe avere la vita stravolta da un ”’errore”’ e a tutte/tutti può capitare uno sbaglio di calcolo o un momento di passione, ma l’adulto maturo ha tutti i mezzi e le possibilità di preventivare e prevenire questo tipo di errori e invece sta concretizzandosi in me la certezza (prima era solo un dubbio) che tutti gli ask che ricevo siano indicatori di una sessualità diffusa senza consapevolezza.

Voglio dire, è evidente che qua ci siano ragazze che non hanno idea COSA SIA L’OVULAZIONE e il periodo fertile, che credono che un ovulo per essere fertilizzato abbia bisogno di un gran numero di spermatozoi, che lo sperma esca solo durante l’eiaculazione o che gli spermatozoi muoiano in vagina 5 minuti dopo essere stati spalmati.

Voi state abortendo i vostri figli (meritati o meno), state negando la vita a future persone, quindi dopo il primo terribile incidente sul quale dovreste fare le vostre considerazioni da persone adulte (Sono stata stuprata —> NON È COLPA MIA / Mi ha tirato la figa —> non sono stata abbastanza adulta da tutelarmi) dovrebbe maturare dentro di voi una certa cautela preventiva a riguardo.
Se siete persone adulte e mature… se invece siete delle bambine dotate di utero siate consapevoli del vostro vuoto, pur sapendo che io sarò sempre uno di quelli che si batterà per il diritto di scelta e di autodeterminazione sul proprio corpo.
E vi darà delle teste di cazzo qualora sprechiate i vostri diritti in questa maniera ignobile.

Il livornese Pietro Fanfani (1815-1879), filologo, romanziere, editore di scritture antiche, famoso per le sue accesissime polemiche con l’Accademia della Crusca, nel 1870 compilò assieme a Costantino Arlia (1829-1915) il Lessico dell’infima e corrotta italianità, dove presentava un  lungo elenco di errori in cui ricorreva l’italiano di allora.
Un libro che, visto adesso, per certi versi sembra una specie di pronipote dell’Appendice di Probo (e suona ancor più strano sapere che viene da uno che polemizzò anche con Manzoni, contro l’idea che gli Italiani non avessero una lingua parlata unica), mentre per altri è un’ottima cartina di tornasole per scoprire i forestierismi che  giravano all’epoca -per lo più di origine francese- e che Fanfani attacca senza mezzi termini.
Insomma, l’italenglish non è un fenomeno isolato.
In Italia non s’è mai capito qual è il confine tra le parole introdotte per forza, durante la nostra lunga storia di paese invaso, e le parole di cui ci siamo innamorati e basta, solo per il gusto dell’esotismo.

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Mi piacerebbe un giorno, vicino all’arco d’ingresso principale di un qualche paese, avere una osteria e chiamarla “La porta grossa”.
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Satana tocca il sommo grado di esplicazione e di potenza nel medio evo, nella torbida e travagliosa età in cui più vigoreggia il cristianesimo. Egli perviene a maturità insieme con le istituzioni varie e con le forme proprie di quella vita; e quando l’arte gotica fiorisce nei templi cuspidati, anche il mito di lui fiorisce, tetro e meraviglioso, nella coscienza delle genti cristiane. Chiuso il secolo XIII, egli declina e disviene, come declinano e disvengono il papato, la scolastica, lo spirito feudale, lo spirito ascetico.
Satana è figlio della tristezza. In una religione come la greca, tutta serena, tutta irradiata di luce e di colore, egli non avrebbe potuto metter persona; a farlo crescere e prosperare son necessarie le ombre, son necessarii i misteri di peccato e di dolore, che, simili a un velo funereo, avvolgono la religione del Golgota. Satana è figlio del terrore, e il medio evo è l’età del terrore. Presi d’invincibil ribrezzo, gli animi temono la natura gravida di portenti e di mostri, il mondo corporeo opposto al mondo dello spirito e suo irreconciliabile nemico; temono la vita, perpetuo fomite e periglio di peccato; temono la morte, dietro a cui si spalanca dubbiosa l’eternità.
Sogni e farnetichi turbano le menti. L’eremita estatico, da lunghe ore ginocchioni in preghiera dinanzi all’uscio della sua cella, vede trasvolar per l’aria eserciti spaventosi, tregende di mostri apocalittici: le notti si illuminano di segni fiammeggianti, gli astri si sfigurano e si bagnan di sangue, tristi presagi di sciagure imminenti. In occasione di morbi che falciano gli uomini come spiche mature si vedono saette, vibrate da mani invisibili, fendere l’aria, sparir sibilando: e ogni po’ corre traverso la cristianità esterrefatta come un brivido di finimondo, e la sinistra novella che l’Anticristo è già nato, e sta per cominciare il formidabile dramma annunziato dall’Apocalisse.
Satana cresce nella mestizia e nell’ombra delle cattedrali spaziose, dietro i massicci pilastri, nei recessi del coro; Satana cresce nel silenzio dei chiostri, invasi dallo stupor della morte; Satana cresce nel castello merlato, dove un occulto rimorso rode l’anima al torvo barone; nella cella recondita dove l’alchimista tenta i metalli; nel bosco solitario, dove il mago, la notte, ordisce le sue malie; nel solco, dove il servo affamato getta imprecando il seme che dovrà nutrire il signore. Satana è in ogni luogo: infiniti l’hanno veduto, infiniti hanno favellato con lui.

La credenza era ben radicata, e la Chiesa non mancò di darle favore, di accrescerle forza. La Chiesa si giovò di Satana, fece di lui uno strumento efficacissimo di politica, e quanto più potè gli crebbe credito, giacché ciò che gli uomini non facevano per amor di Dio, o per ispirito d’obbedienza, facevano per paura del diavolo. Satana fu offerto sotto tutti gli aspetti, dipinto e scolpito, alla sgomenta contemplazion dei devoti; Satana venne in coda a ogni frase di predicatore, a ogni ammonizione di confessore; Satana diventò l’eroe di una leggenda senza fine, che ebbe riscontri ed esempii per tutti i casi della vita, per ogni azione, per ogni pensiero. Non poche Visioni del medio evo mostrano quale applicazione si sapesse fare del diavolo alla politica in genere: certo alla politica ecclesiastica il diavolo servi assai più della inquisizione e dei roghi, sebbene e quella e questi l’abbiano servita abbastanza. Sino dall’anno 811 Carlo Magno accusava in un suo capitolare i chierici di abusar del diavolo e dell’inferno per truffar denari e carpir possessioni.
Se grande era la paura che si aveva di Satana, l’odio che si nutriva contro di lui non era punto minore. Tale odio non era certo ingiustificato, giacché odiando lui si odiava l’autor di ogni male, e quanto più si amava Cristo tanto più si doveva odiare il suo nemico. Ma anche in questo caso la paura e l’odio produssero gli effetti consueti, stravaganza di opinioni, ed esagerazion di giudizii. La figura di Satana ebbe a risentirne le conseguenze, e l’eccesso avvertito da alcuno di mente più temperata, diede origine al proverbio che dice: Il diavolo non è poi cosi brutto come si dipinge.

Arturo Graf (1848-1913), da Il diavolo (Milano, Fratelli Treves Editori, 1889) - Pagg. 32-36
Innovare (v.tr.): Mischiare le carte (cfr. piem. ammuìna).
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Claudio Principi, ricercatore e poeta popolare della Marca centrale, è venuto a mancare nei giorni scorsi."Ha voluto che la notizia della sua dipartita venisse data a funerale avvenuto, per evitare incomodo a tutti", ha scritto nel proprio manifesto a lutto.Ciao, Claudio. È stato bello conoscerti, anche se per poco.

Claudio Principi, ricercatore e poeta popolare della Marca centrale, è venuto a mancare nei giorni scorsi.
"Ha voluto che la notizia della sua dipartita venisse data a funerale avvenuto, per evitare incomodo a tutti", ha scritto nel proprio manifesto a lutto.
Ciao, Claudio. È stato bello conoscerti, anche se per poco.

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yoghiorso:

«Donne, è arrivato l’arrotino… arrota coltelli, forbici, forbicine. Abbiamo i pezzi di ricambio per le cucine a gasse. Se avete perdite di gasse noi le aggiustiamo, se la vostra cucina fa fumo noi togliamo il fumo della vostra cucina a gasse. Lavoro subito e immediato».

Una delle cose più strane di questo stranissimo Paese è che questo ‘messaggio stradale’ è diffuso in tutta Italia: la gente lo conosce in Toscana come a Roma come in Calabria. Credo che esista un’unica registrazione risalente al 1950, che viene ereditata di generazione in generazione ed è ormai distribuita in mp3 via peer-to-peer fra tutti gli arrotini d’Italia. La voce originale è di un uomo ormai scomparso da tempo, il quale, avendo coniato la rocambolesca espressione «Lavoro subito e immediato», può fra l’altro e senza dubbio essere considerato il progenitore di Google Translator.