Il compositore Filippo Marchetti (Bolognola MC, 26 febbraio 1831 - Roma, 18 gennaio 1902) è stato un protagonista della scena artistica dei suoi tempi. Oscurato, lui come tanti altri suoi contemporanei, dall’ombra immensa di Giuseppe Verdi, è a torto considerato tra gli autori “minori” e attualmente conosciuto da pochi.
Nato da una famiglia di piccoli proprietari terrieri a Bolognola, minuscolo paese tra i monti della Marca centrale, Filippo studiò al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli e fu direttore del Conservatorio di Santa Cecilia dal 1882 all’anno della sua morte (a lui successe Stanislao Falchi, l’autore di “Tartini o il Trillo del Diavolo”, il cui assolo di violino è ben conosciuto agli appassionati del fumetto Dylan Dog). Debuttò a Torino nel 1856 con l`opera “Gentile da Varano” su libretto del fratello Raffaello, alla quale seguì “La Demente” (1865). Raggiunse la maturità artistica con opera “Romeo e Giulietta”, sempre del 1865. L’opera venne accolta con freddezza al Teatro Comunale di Trieste nello stesso anno ma conquistò il favore del pubblico due anni dopo al Carcano di Milano. La fama del “Romeo e Giulietta”, guarda tu la sfortuna di rifarsi a classici troppo famosi, fu in seguito oscurata da quella dell’opera omonima di Charles Gounod. Il suo capolavoro riconosciuto, la sua vetta compositiva, è l’opera teatrale “Ruy Blas”, tratta dall’omonimo dramma di Victor Hugo, rappresentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 3 aprile 1869 (qui alcune note sull’opera, qui il libretto). Marchetti incontrò l’opera di Hugo grazie a Carlo D`Ormeville (direttore di scena del Teatro della Scala di Milano e in seguito impresario teatrale, famoso per il celebre allestimento dell`Aida a Città del Cairo nel 1871), che, convinto delle sua qualità di musicista, scrisse per lui il libretto. L’opera fu rappresentata in 103 teatri in giro per il mondo tranne che a Parigi, dove Victor Hugo non volle un’opera tratta dal suo dramma teatrale.
Scrive Alberto Pellegrino a proposito del “Ruy Blas”: “Il Ruy Blas non apre strade nuove nell`ambito del melodramma, ma costituisce una delle ultime e più valide espressioni del Romanticismo musicale per la forza dell`ispirazione e l`intensità drammatica. Marchetti sembra profondere in esso tutte le potenzialità della sua personalità artistica e umana, forse perché si sente spiritualmente vicino (e ne è quindi attratto) al giovane eroe spagnolo, portatore di quegli stessi valori, virtù, fede, senso del dovere, spirito di sacrificio, nei quali crede il compositore marchigiano noto per la rettitudine e nobiltà d`animo, secondo la testimonianza di Enrico di San Martino e Valperga che ebbe modo di conoscerlo direttamente: “La cattiveria altrui provocava in Marchetti una incredulità, lunga, difficile da vincere. Quando, finalmente, la evidenza dei fatti aveva sconfitto la sua forte fede nella universale rettitudine, allora era in lui uno stupore, più triste che irritato, né il trascorrere degli anni, l`incalzare della vecchiaia, il moltiplicare delle esperienze, riuscirono mai ad indebolire tale sentimento. L`uomo comprende il mondo esterno per una continua comparazione con se stesso; era quindi naturale che al Marchetti non riuscisse comprensibile l`azione non buona, a lui, personificazione della bontà”.
In seguito Marchetti compose altre opere teatrali che non incontrarono il favore del pubblico. Un po’ per questo e un po’ per i rapporti sempre più difficili con Carlo D’Ormeville e per la difficoltà a trovare libretti che si addicessero alle sue idee musicali, finì per allontanarsi dal mondo dell’opera confessando i sintomi di una certa stanchezza compositiva: “Quando una mente non sente più il bisogno di produrre, significa che ne ha perduto la potenzialità; è inutile lo sforzo! Nella mia giovinezza non potevo lasciar scorrere un giorno senza mettere qualche pensiero sulla carta; ora passano settimane senza che io senta la voglia di buttar giù una sola nota”. Ma il fuoco che arde dentro non può spegnerlo nessuno: Marchetti si allontanò dal melodramma ma non dalla musica e si dedicò alla composizioni di brani sinfonici e da camera, alla musica sacra e a pezzi per il canto spesso ispirati alla musica popolare. Il tutto, continuando ad assolvere a diversi incarichi ufficiali, dalla direzione di Santa Cecilia al ruolo di musicista di corte la regina Margherita e la duchessa di Genova.
Ma non era facile essere un autore contemporaneo di Giuseppe Verdi. Non era facile per nessuno, per diversi motivi tra i quali il talento compositivo del “Cigno di Busseto” era solo uno dei tanti. Ma qui il discorso si fa complesso ed entrano in campo il rapporto che Verdi aveva con il suo editore, Ricordi, e l’esclusività con la quale il Maestro voleva esser intesa la gestione dei suoi lavori.
Ma andiamo oltre: per farla breve, Marchetti, nonostante il valore e la solidità delle sue composizioni, finì per essere dimenticato come tanti altri suoi contemporanei. Insomma, se uno parla dell’ottocento italiano e dell’opera teatrale, oggi, il primo nome che viene in mente è Verdi, poi di seguito si pensa a Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini, magari Mascagni e il Leoncavallo. E poi c’è quell’ombra enorme sotto la quale c’è un indistinto sottobosco di autori “minori”. Mi permetto una battuta senza polemica alcuna, oggi come ieri chi decide chi è “minore” e chi no?
L’opera del Marchetti, e principalmente il “Ruy Blas”, fu molto popolare fino alla prima guerra mondiale, dopo di che l’interesse venne scemando. Su colui che fu Pucciniano prima di Puccini gravò addirittura l’accusa di “reazionario” musicale, accusa sulla quale nessuno ebbe da ridire per decenni. Il compositore e studioso Lamberto Lugli ha smontato questo castello di carte in un recente saggio a cura di Francesco Bissoli (“Filippo Marchetti l’uomo, il musicista”, 2002): “L’arte del maestro marchigiano trae la propria ragione d’essere dalla noncuranza dell’invenzione per l’invenzione. Egli impiega il linguaggio musicale con rigore e serietà, ma ciò non significa che si tratti di un musicista privo di capacità innovative e perfettamente aderenti al linguaggio del periodo”.
È proprio nel 2002, in occasione del centenario della scomparsa di Filippo Marchetti, le associazioni “Cappella Musicale del Duomo-Coro Universitario di Camerino” ed “Ipparco” (due prestigiose presenze culturali dell’alto maceratese, l’antica Provincia di Camerino) hanno dedicato a Filippo Marchetti una serie di concerti di liriche da camera e una mostra documentaria, la prima mai organizzata sul musicista. Il successo riscontrato dagli eventi ha poi dato forma a una monografia dal titolo “Filippo Marchetti, Musicista dei Sibillini e Poeta dei Suoni”, la prima dedicata al musicista, fitta di materiale e di saggi di storici e musicologi come Vincenzo De Gregorio, Francesco Bissoli, Silvio Catalini, Mauro Stramacci, Paolo Cruciani.
È iniziata così, lenta e tra mille difficoltà non difficili da immaginare, la riscoperta e la rivalutazione di un artista che sembrava ormai dimenticato e la storia di cui andrò a dire ora è solo l’ennesimo gradino di questo percorso.
Il municipio di Pievebovigliana, altra meravigliosa cittadina dell’alto maceratese, conserva tra suoi gioielli dei suo Museo storico il fortepiano originale di Filippo Marchetti, un Johann Promberger nel 1835. Ho avuto l’occasione di vederlo non tantissimo tempo fa ed è stata una vera emozione. In seguito a uno spunto proposto dal sindaco del paese Sandro Luciani, questo delicato pezzo di Storia è stato recentemente oggetto di un delicato restauro filologico da parte del laboratorio di restauro e accordatura di pianoforti antichi di Claudio e Valerio Veneri dell’Accademia dei Musici di Fabriano, che hanno restituito allo strumento il suo suono originale.
Un occasione preziosissima per poterlo ascoltare sarà quella di venerdì 17 agosto alle 21.30, nella quale il maestro Claudio Veneri e la soprano Ashley Slater terranno un concerto presso il Municipio di Pievebovigliana (mappa) in onore del ritorno di questo prezioso strumento alla vita.
P.s.:Chiudo con una chicca dal sito della Library Of Congress: Il duetto “O dolce voluttà” dall’opera “Ruy Blas” in una registrazione d’epoca datata maggio 1906.Il soprano è Maria Grisi, il tenore è Pietro Lara.Sono un imbranato e non riesco a fare l’embed, quindi per ascoltare cliccate qui.
[cnat - orastrana.it]
L’immagine viene da archivioteatro.napolibeniculturali.it

Il compositore Filippo Marchetti (Bolognola MC, 26 febbraio 1831 - Roma, 18 gennaio 1902) è stato un protagonista della scena artistica dei suoi tempi. Oscurato, lui come tanti altri suoi contemporanei, dall’ombra immensa di Giuseppe Verdi, è a torto considerato tra gli autori “minori” e attualmente conosciuto da pochi.

Nato da una famiglia di piccoli proprietari terrieri a Bolognola, minuscolo paese tra i monti della Marca centrale, Filippo studiò al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli e fu direttore del Conservatorio di Santa Cecilia dal 1882 all’anno della sua morte (a lui successe Stanislao Falchi, l’autore di “Tartini o il Trillo del Diavolo”, il cui assolo di violino è ben conosciuto agli appassionati del fumetto Dylan Dog).
Debuttò a Torino nel 1856 con l`opera “Gentile da Varano” su libretto del fratello Raffaello, alla quale seguì “La Demente” (1865).
Raggiunse la maturità artistica con opera “Romeo e Giulietta”, sempre del 1865.
L’opera venne accolta con freddezza al Teatro Comunale di Trieste nello stesso anno ma conquistò il favore del pubblico due anni dopo al Carcano di Milano.
La fama del “Romeo e Giulietta”, guarda tu la sfortuna di rifarsi a classici troppo famosi, fu in seguito oscurata da quella dell’opera omonima di Charles Gounod.
Il suo capolavoro riconosciuto, la sua vetta compositiva, è l’opera teatrale “Ruy Blas”, tratta dall’omonimo dramma di Victor Hugo, rappresentata per la prima volta al Teatro alla Scala di Milano il 3 aprile 1869 (qui alcune note sull’opera, qui il libretto).
Marchetti incontrò l’opera di Hugo grazie a Carlo D`Ormeville (direttore di scena del Teatro della Scala di Milano e in seguito impresario teatrale, famoso per il celebre allestimento dell`Aida a Città del Cairo nel 1871), che, convinto delle sua qualità di musicista, scrisse per lui il libretto.
L’opera fu rappresentata in 103 teatri in giro per il mondo tranne che a Parigi, dove Victor Hugo non volle un’opera tratta dal suo dramma teatrale.

Scrive Alberto Pellegrino a proposito del “Ruy Blas”: “Il Ruy Blas non apre strade nuove nell`ambito del melodramma, ma costituisce una delle ultime e più valide espressioni del Romanticismo musicale per la forza dell`ispirazione e l`intensità drammatica.
Marchetti sembra profondere in esso tutte le potenzialità della sua personalità artistica e umana, forse perché si sente spiritualmente vicino (e ne è quindi attratto) al giovane eroe spagnolo, portatore di quegli stessi valori, virtù, fede, senso del dovere, spirito di sacrificio, nei quali crede il compositore marchigiano noto per la rettitudine e nobiltà d`animo, secondo la testimonianza di Enrico di San Martino e Valperga che ebbe modo di conoscerlo direttamente: “La cattiveria altrui provocava in Marchetti una incredulità, lunga, difficile da vincere.
Quando, finalmente, la evidenza dei fatti aveva sconfitto la sua forte fede nella universale rettitudine, allora era in lui uno stupore, più triste che irritato, né il trascorrere degli anni, l`incalzare della vecchiaia, il moltiplicare delle esperienze, riuscirono mai ad indebolire tale sentimento. L`uomo comprende il mondo esterno per una continua comparazione con se stesso; era quindi naturale che al Marchetti non riuscisse comprensibile l`azione non buona, a lui, personificazione della bontà”.

In seguito Marchetti compose altre opere teatrali che non incontrarono il favore del pubblico.
Un po’ per questo e un po’ per i rapporti sempre più difficili con Carlo D’Ormeville e per la difficoltà a trovare libretti che si addicessero alle sue idee musicali, finì per allontanarsi dal mondo dell’opera confessando i sintomi di una certa stanchezza compositiva: “Quando una mente non sente più il bisogno di produrre, significa che ne ha perduto la potenzialità; è inutile lo sforzo! Nella mia giovinezza non potevo lasciar scorrere un giorno senza mettere qualche pensiero sulla carta; ora passano settimane senza che io senta la voglia di buttar giù una sola nota”.
Ma il fuoco che arde dentro non può spegnerlo nessuno: Marchetti si allontanò dal melodramma ma non dalla musica e si dedicò alla composizioni di brani sinfonici e da camera, alla musica sacra e a pezzi per il canto spesso ispirati alla musica popolare.
Il tutto, continuando ad assolvere a diversi incarichi ufficiali, dalla direzione di Santa Cecilia al ruolo di musicista di corte la regina Margherita e la duchessa di Genova.

Ma non era facile essere un autore contemporaneo di Giuseppe Verdi. Non era facile per nessuno, per diversi motivi tra i quali il talento compositivo del “Cigno di Busseto” era solo uno dei tanti.
Ma qui il discorso si fa complesso ed entrano in campo il rapporto che Verdi aveva con il suo editore, Ricordi, e l’esclusività con la quale il Maestro voleva esser intesa la gestione dei suoi lavori.

Ma andiamo oltre: per farla breve, Marchetti, nonostante il valore e la solidità delle sue composizioni, finì per essere dimenticato come tanti altri suoi contemporanei.
Insomma, se uno parla dell’ottocento italiano e dell’opera teatrale, oggi, il primo nome che viene in mente è Verdi, poi di seguito si pensa a Rossini, Bellini, Donizetti, Puccini, magari Mascagni e il Leoncavallo.
E poi c’è quell’ombra enorme sotto la quale c’è un indistinto sottobosco di autori “minori”.
Mi permetto una battuta senza polemica alcuna, oggi come ieri chi decide chi è “minore” e chi no?

L’opera del Marchetti, e principalmente il “Ruy Blas”, fu molto popolare fino alla prima guerra mondiale, dopo di che l’interesse venne scemando.
Su colui che fu Pucciniano prima di Puccini gravò addirittura l’accusa di “reazionario” musicale, accusa sulla quale nessuno ebbe da ridire per decenni.
Il compositore e studioso Lamberto Lugli ha smontato questo castello di carte in un recente saggio a cura di Francesco Bissoli (“Filippo Marchetti l’uomo, il musicista”, 2002): “L’arte del maestro marchigiano trae la propria ragione d’essere dalla noncuranza dell’invenzione per l’invenzione. Egli impiega il linguaggio musicale con rigore e serietà, ma ciò non significa che si tratti di un musicista privo di capacità innovative e perfettamente aderenti al linguaggio del periodo”.

È proprio nel 2002, in occasione del centenario della scomparsa di Filippo Marchetti, le associazioni “Cappella Musicale del Duomo-Coro Universitario di Camerino” ed “Ipparco” (due prestigiose presenze culturali dell’alto maceratese, l’antica Provincia di Camerino) hanno dedicato a Filippo Marchetti una serie di concerti di liriche da camera e una mostra documentaria, la prima mai organizzata sul musicista.
Il successo riscontrato dagli eventi ha poi dato forma a una monografia dal titolo “Filippo Marchetti, Musicista dei Sibillini e Poeta dei Suoni”, la prima dedicata al musicista, fitta di materiale e di saggi di storici e musicologi come Vincenzo De Gregorio, Francesco Bissoli, Silvio Catalini, Mauro Stramacci, Paolo Cruciani.

È iniziata così, lenta e tra mille difficoltà non difficili da immaginare, la riscoperta e la rivalutazione di un artista che sembrava ormai dimenticato e la storia di cui andrò a dire ora è solo l’ennesimo gradino di questo percorso.

Il municipio di Pievebovigliana, altra meravigliosa cittadina dell’alto maceratese, conserva tra suoi gioielli dei suo Museo storico il fortepiano originale di Filippo Marchetti, un Johann Promberger nel 1835.
Ho avuto l’occasione di vederlo non tantissimo tempo fa ed è stata una vera emozione.
In seguito a uno spunto proposto dal sindaco del paese Sandro Luciani, questo delicato pezzo di Storia è stato recentemente oggetto di un delicato restauro filologico da parte del laboratorio di restauro e accordatura di pianoforti antichi di Claudio e Valerio Veneri dell’Accademia dei Musici di Fabriano, che hanno restituito allo strumento il suo suono originale.

Un occasione preziosissima per poterlo ascoltare sarà quella di venerdì 17 agosto alle 21.30, nella quale il maestro Claudio Veneri e la soprano Ashley Slater terranno un concerto presso il Municipio di Pievebovigliana (mappa) in onore del ritorno di questo prezioso strumento alla vita.

P.s.:
Chiudo con una chicca dal sito della Library Of Congress: Il duetto “O dolce voluttà” dall’opera “Ruy Blas” in una registrazione d’epoca datata maggio 1906.
Il soprano è Maria Grisi, il tenore è Pietro Lara.
Sono un imbranato e non riesco a fare l’embed, quindi per ascoltare cliccate qui.

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